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Con Carlo Calenda per il suo libro “Orizzonti Selvaggi”

Lunedì 17 dicembre alle 18, nella Sala del Giudizio del Museo della Città di Rimini, ho avuto il piacere di introdurre Carlo Calenda che presentava il suo libro: “Orizzonti Selvaggi: incontrare la paura e ritrovare il coraggio”. L’incontro era organizzato dalle associazioni Libertà e Democrazia e JFKennedy.

Calenda è stato protagonista della vita politica da ministro dello sviluppo economico negli ultimi due governi a guida Pd. Con quel ruolo, ha avuto un impatto essenziale in tante vicende del Paese: dalla Tap all’Ilva, fino alla creazione di Industria 4.0 che tanto ha giovato alle aziende italiane. Oggi presenta il suo libro nel quale spiega la nascita dei populismo dalla caduta del muro di Berlino, alla globalizzazione, all’emigrazione fino al sentimento di paura e di domanda di protezione sociale molto attuali nelle società occidentali d’oggi. Nel libro tratteggia anche il futuro, che passerà attraverso questioni quali l’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico e nuovi e sconosciuti lavori. Ecco cosa ci ha raccontato Carlo Calenda durante l’incontro.

“Il mio è un libro militante nel senso che vorrei fosse utile per rifondare un pensiero progressista oggi sconfitto in tutto l’Occidente. Come mai, a 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, il modello basato sul pensiero liberal-democratico crolla? Io penso che dipenda da diversi motivi. Il primo: in Occidente abbiamo guardato al mercato e alle tecnologie pensando che ci avrebbero portato solo benessere e non ci siamo preoccupati di regolarli. Il sistema liberale senza regole ha sì creato posto di lavoro in luoghi a basso costo di manodopera come India, Cina, Brasile e Paesi dell’est Europa, ma lo ha fatto a scapito della classe media di Paesi come il nostro.

Il secondo: abbiamo pensato che l’industria potesse scomparire dai paesi Occidentali e dovessero rimanere solo i servizi. Così abbiamo delegato produzioni in dumping a paesi come la Cina. E ancora una volta la classe media ha pagato. Noi abbiamo raccontato ricette semplicistiche e lo sviluppo fuori dall’Europa è stato pagato dalla classe media. Poi c’è la paura delle persone che noi progressisti non abbiamo riconosciuto, anzi: abbiamo detto che se anche avessimo tolto delle garanzie, ci sarebbero state più opportunità. Non è stato così perché non abbiamo creato formazione e miglioramento culturale. Non abbiamo fornito degli strumenti culturali e professionali utili per affrontare il cambiamento. Infine, l’innovazione tecnologica, che è diventata un porto franco che non può essere né messo in discussione né tassato.

Oggi possiamo dire che la democrazia è a rischio. E il pericolo non è Salvini che va dove tira il vento ma i tanti cittadini che pensano che lo Stato debba chiudersi su se stesso e diventare identitario. Il fronte progressista ha sbagliato su diverse cose: dal 2015, da quando il Pil è migliorato, abbiamo raccontato che il Paese era fuori dai problemi e non era vero e così una parte degli italiani ci ha voltato le spalle nonostante la crescita. Questo perché non siamo risuciti a chiudere il divario sociale che, anzi, si è allargato. Avremmo dovuto mettere in campo una grande iniziativa: un grande piano sulla scuola con il tempo pieno, più qualità dell’insegnamento e le stesse opportunità per tutti. Questo, nelle persone, avrebbe cambiato l’idea del futuro che aspetta i propri figli e avrebbe arginato il populismo.

Il Fronte Repubblicano che ho più volte evocato deve guardare a socialdemocratici, liberali e popolari. Non farò un ennesimo partito personale che non serve a nulla. Ma spingerò perché si arrivi a questo risultato perché i progressisti devono tornare ad avere una rappresentanza che non può essere nelle alleanze tattico/strategiche con i grillini o con D’Alema”.

 

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